Il vecchio professore (3)

di Giuliana Musotto

Sono andato in giardino per gustarmi una sigaretta. C’era un altro che fumava. Appoggiato al tronco di un albero, teneva  fra le mani tremolanti un mozzicone ancora acceso. Il nuovo inquilino del ricovero era un vecchio distinto nell’aspetto e gentile nei modi. Alto e curvo, aveva folti capelli bianchi e occhiali dalle lenti brunite che mal nascondevano l’occhio rimpicciolito e lacrimante. Mi è venuto incontro presentandosi. “Mi chiamo Ermanno Portici. Sono arrivato questo pomeriggio.” Nel suo sguardo lo smarrimento che contraddistingue tutti noi. Cercai di confortarlo. “Si sta bene qui. Si ambienterà presto.” Era una pietosa bugia. Lui non disse nulla. Mi seguì  nella saletta adibita a soggiorno. L’ho conosciuto poco perché aveva un carattere schivo. Trascorreva le giornate reggendo un libro con le sue mani vacillanti, in attesa che almeno uno dei suoi figli si ricordasse di lui. Lo vedo ancora quel vecchio segaligno seduto nel salone d’ingresso. Pronto ad accogliere chiunque fosse venuto a trovarlo, pronto a rispondere al suo inseparabile cellulare. Nessuno è arrivato. Nessuno lo ha chiamato. Nonostante l’occhio semichiuso ha visto com’è fatto il mondo e l’ha lasciato. L’infermiera se ne è accorta solo al mattino, entrando nella sua stanza. Il letto intatto, la porta del bagno chiusa. Quel vecchio, rasato, pettinato, senza occhiali e in pigiama, era disteso nella vasca: il sangue, fuoriuscito dai suoi polsi incisi, ormai del tutto defluito nello scarico. L’ictus lo aveva reso invalido: non l’aveva ucciso. Ma quei tagli procurati volontariamente erano riusciti nello scopo. Il sonno era venuto dolce e profondo senza che l’intervento dei medici potesse turbarlo. Il professor Portici se n’era andato in segreto, come un vero maestro, consegnando a tutti noi un esempio di dignità e coraggio. Aveva abbandonato la vita, quella che un tempo aveva vissuto come un dono prezioso. Il professore era stato un bambino felice, un ragazzo pieno di sogni, un uomo di ingegno impegnato nella professione di educatore e intellettuale. Il professore aveva assaporato l’amore e la gioia. Aveva ottenuto riconoscimenti e fama. Anche il professore, divenuto anziano e infermo, è stato abbandonato. La sedia occupata a tavola da Ermanno Portici è  passata a un altro ospite. Qui non si lasciano posti vuoti. Chi se ne va è sostituito da un nuovo arrivato. Vecchio, inabile, traballante. Com’era il professore. Gettato per forza in questa folle girandola che ha per palma la morte.

(Questo è il terzo personaggio ospite della categoria “Personaggi”. Il primo che ricevo dai frequentatori del blog. Grazie a Giuliana per il suo contributo. Rinnovo l’invito  a popolare questa galleria. L’unica regola è quella di scrivere testi di 300/400 parole, raccontando un personaggio. Spedite i testi a paologallina@gmail.com e saranno pubblicati sul blog.)

Lo scultore di sabbia (2)

È in pensione, non perché è vecchio, ma perché ha avuto un’operazione. Si vede tutto il percorso del bisturi che parte dal collo, scende lungo la spalla, il torace e arriva alla gamba. L’hanno tagliato per lungo per sostituirgli chissà quale arteria e poi l’hanno ricucito, partendo da sotto: su per la gamba, il torace, la spalla fino al collo. Arthur ci viene ogni anno qui a Lopar nell’isola di Rab. E ci viene perché a Lopar ci sono le spiagge di sabbia e lui è uno scultore di sabbia. Al mattino alle otto scende dal suo appartamento vicino alla spiaggia e incomincia il suo lavoro. Il suo nuovo lavoro, perché quello vecchio, dopo l’operazione, l’ha dovuto lasciare; si stancava troppo, specie i primi tempi. Invece compattare sabbia, darle forma, bagnarla è un modo per non pensare. La testa gli si svuota. Niente pensieri, niente angoscia. Quattro cinque ore e sulla spiaggia appare un coccodrillo, un leone, un cane, si arena una balena. Poi la notte si rigira nel letto, ma sa che può contare su un alleato formidabile. Il lavorio del mare gli prepara una nuova giornata con la testa vuota. Oggi piove, fa freddo, il vento solleva la sabbia, ci si ripara sotto la tenda del bar. Arthur indossa la divisa da lavoro, pantaloncini da spiaggia, non sembra sentire il freddo che arriva dal mare. La sua cicatrice che parte dal collo e arriva alla gamba è in bella mostra. E lì, davanti a una birra, ci racconta la sua storia.

(Questo è il secondo personaggio ospite della categoria “Personaggi”. Invito tutti i frequentatori del blog – anche i lettori occasionali – a popolare questa galleria. L’unica regola è quella di scrivere testi di 300/400 parole. Spedite i testi a paologallina@gmail.com e io li pubblicherò sul blog.)

L’insuperabile prova del 9 – sabato 29 giugno

Segnaliamo:

l’insuperabile prova del 9
di
lorenzo bottazzo

sabato 29 giugno 2013 alle 21:30

al circolo due portoni
in calle dei due portoni
(laterale di via verdi a mestre)

lettura scenica
della pièce teatrale

con
lorenzo bottazzo
paola cavallin
stefania chinellato
paola donà
greta ruffino
pietro schiavo
e
dario runello
(electric guitar)

per chi vuole
dalle 20:00
grigliatona open air
a 15 €
bevande a volontà e caffè inclusi

mejo de cussì…

accorri, estendi
e conferma per la grigliata

in collaborazione con
circolo culturale walter tobagi
voci di carta

L’ambizioso. (1)

 

(È stata introdotta una nuova categoria: Personaggi. Si incomincia con L’ambizioso e via, via ne seguiranno altri. Ogni riferimento a persone esistenti è puramente casuale.)

L’età è indefinita, tra cinquanta e sessanta con qualche possibilità che ne possa avere anche tra quaranta e cinquanta. I capelli sono radi e non coprono l’intero capo, lasciano  zone scoperte, specie al centro. Sono pettinati (?) in modo informale tanto da rendere quelle zone poco vistose, coperte da ciuffi. Sono ancora scuri e questa ambiguità: pochi, ma scuri è ciò che rende l’età indefinita. Tiene l’aula con un permanente sorriso beffardo, è sicuro di sé, e sicuro che gli altri siano molto meno intelligenti. Così poco intelligenti che non capiscono fino in fondo quanto lui sia più intelligente. Simula un modo arrogante di rivolgersi agli altri, ma si capisce che la cosa gli viene bene, perché nascondendosi nella simulazione riesce a essere davvero se stesso. È consapevole che non gli sarebbe consentito di essere arrogante e così gioca a farlo, con il vantaggio che gli altri neppure protestano. È divorato dalla ambizione, sente che il tempo passa (ha un’età tra i quaranta e i sessanta!) e teme di non fare in tempo. Veste con abiti grigi o blu inchiostro, camicie azzurre e cravatte tinta unità: arancio, rosso, senape. È un uomo corpulento e la cravatta si adagia sullo stomaco voluminoso che lo fa sembrare un uomo tra i cinquanta e i sessanta. Si dice che abbia mandato una mail ai suoi colleghi perché lo sostengano nel suo tentativo di fare carriera. È convinto che gli sia dovuto, che la familiarità, ostentata con la finta arroganza, gli dia diritto a stare davanti a tutti.

AUGURI a Giulio Mozzi

Auguri a Giulio Mozzi che oggi compie 53 anni.

Giulio Mozzi, Bibliografia

Privato di tensione a pubblicare

pativa male naturale vendere

L’ultimo dal carro è stato a scendere

Perdendosi nel tempo a raccontare

Egli si va, sentendosi laudare

Il poeta ansioso questua d’apprendere

Del cui talento non si fa sorprendere

Questo è giardino dove coltivare

Verso scarno persegue concisione

Per indicar felicità terrena

Corpo morto, vivo da esibire

Tanti modi per scrivere per dire

Così dell’autore cerca la vena

Non corso di scrittura e narrazione

 

Non si sommano mele con patate !

Abbiamo visto Il grande Gatsby di Lurhmann al cinema. Non ci è piaciuto per niente. Qui entra in gioco la grande questione della trasposizione della Letteratura nel Cinema. Francesco Piccolo la affronta con un bell’articolo su “la Lettura” del 2 giugno: Perché Gatsby non sarà mai un grande film (leggi qui). E conia per l’occasione una definizione del cinema: “Il cinema è la letteratura meno la letteratura.” Evidentemente va molto di moda la definizione sottrattiva (vedi post precedente PD-L), ma a noi lettori sembra un po’ furbetta, ad effetto, perché se Cinema = Letteratura – Letteratura, cosa resta? A noi piacerebbe capire se il film di Lurhmann non ci è piaciuto perché è un brutto film, male interpretato, sceneggiato, diretto o invece perché l’abbiamo sentito così lontano dal libro che abbiamo tanto amato. Per avere una risposta sicura avremmo dovuto sottoporci a un processo di lavaggio della memoria, dimenticare completamente le pagine fitzgeraldiane e goderci il film con la mente sgombra da condizionamenti. Tutto ciò è impossibile e continueremo sempre a dire che un film ci è, o non ci è piaciuto in relazione a quanto lo sentiamo vicino, non tanto al libro da cui è tratto, ma alla “lettura” che noi abbiamo fatto di quel libro. Dipenderà  da come quel libro ci ha cambiato la vita, o il punto di vista sulla vita, o da quante illusioni e speranze ci ha procurato.  Il confronto fra Letteratura e Cinema è un’operazione perversa che non va proprio fatta. È un’equivalenza impropria che disattende la severa regola della matematica che ci ha insegnato la nostra maestra elementare: “Attenzione bambini non si sommano mele con patate!” La letteratura, il romanzo può fornire al cinema al massimo il soggetto, la storia, ma da questo nodo condiviso dipartono due strade/scritture che divergono e conducono in territori diversi. Strade diverse nella morfologia, nella conformazione, nel dislivello. Il pirotecnico Grande Gatsby di Lurhmann, non ci è piaciuto, proprio perché rinuncia in partenza a proporre un proprio linguaggio, fa troppo il verso al romanzo con il narratore interno (Nick Carraway) e un Leonardo di Caprio poco convincente nella parte di Gatsby. E poi alla fine Lurhmann si è arreso, ha messo da parte gli effetti 3D, le fumettistiche corse in macchina, la fantasmagorica villa di Gatsby e ha introdotto la voce fuori campo che ha declamato le parole di uno dei più pregnanti explicit della letteratura: “Così continuiamo a remare, barche contro corrente, risospinti senza posa nel passato.”

Serata con Gusto: 7 giugno a Mogliano con Fulvio Ervas

Il Circolo Culturale W.Tobagi in collaborazione con l’associazione socio-culturale CiaCoc organizza una bella serata a tema sul Prosecco con degustazione gratuita, letture, musica iraniana e danza in omaggio al protagonista di “Finché c’è prosecco c’è speranza” di Fulvio Ervas. Con noi sarà presente anche l’autore, che parlerà anche del suo ultimo successo “Se ti abbraccio non aver paura”. Tutto questo si terrà nella cornice della Piazzetta del Teatro di Mogliano, allestita per l’occasione con divanetti e tavolini, stile vecchio caffè.
Vi aspettiamo!!
Organizzatrice della serata : Anna Girardi
Serata con Gusto : venerdì 7 giugno ore 20.45 – Ingresso libero
( in caso di pioggia l’evento è rimandato a martedì 11 giugno )

EPTACAIDECAFOBIA

 

Nessuno tra i venti partecipanti all’ultimo cenacolo è risultato affetto da questa fobia. Una sera, di un venerdì 17, di un maggio piovoso dell’anno 2013 (aspetto ridondante per i triscaidecafobici) ben venti adepti si sono incontrati a Mestre, in  prossimità dei 4 cantoni, (ultra-ridondante per i tetrafobici) a leggersi reciprocamente, nell’intento di affermare il primato della scrittura sulla più bieca superstizione. Improbabili storie con protagonisti Andrea e Paolo, coppie omosessuali, rapporti sadomaso, la fine di Mondo e in conclusione, beffarda, la statua di cera Grey, colata dal delirante crogiuolo di Fabio. C’era il pienone venerdì 17 da “Francy e sua sorella”. Il Cenacolo Letterario, nato giusto un anno fa, alla fine del Laboratorio del Tobagi ha via via raccolto nuovi iscritti. Sembra così lontano il tempo in cui così raccontavo i nostri primi incontri:

“Venerdì 20 luglio presso la dimora di Stefania terzo incontro del Cenacolo Letterario. Nell’ampia terrazza al quarto piano uno sparuto gruppo di sopravvissuti si è dato appuntamento per parlare di letteratura (e di cose della vita, che poi è ciò di cui tratta la letteratura). A parte il primo incontro a casa di Elisabetta, che si è tenuto nel parterre esterno della sua casa, i due successivi si sono svolti nelle alte terrazze dove con lo sguardo si domina Venezia (Annalisa) e Mestre (Stefania). L’altra sera i partecipanti, arrivati alla spicciolata, venivano accolti dalla padrona di casa e da chi li aveva preceduti con festosi saluti, ma loro avevano l’occhio sbarrato, l’affanno alla gola e il cuore accelerato per lo sforzo di essersi issati al quarto piano in una afosa sera d’estate. Raggiungevano la ringhiera della terrazza e simulavano un rapimento estatico lanciando lo sguardo oltre l’orizzonte in attesa che rientrasse nella normalità la frequenza cardiaca e respiratoria. Dopo di che arrivavano al desco, salutavano con ritrovato slancio e si dedicavano all’assaggio dei cibi e dei vini ritrovando la consueta convivialità. Curiosa questa coincidenza di trovarsi ai piani alti, quasi ci fosse l’intento di ottenere un punto di vista largo che spazia e comprende. Eravamo in cinque: oltre il sottoscritto, Stefania, Elisabetta, Franco e Luisa.”

Venerdì 17 eravamo in venti, non più collocati su svettanti altane. Non essendoci consentito il punto di vista largo l’abbiamo sostituito con molteplici e diversi punti di vista.